Sant’Antonio abate e le Sementivae

Sant’Antonio abate e le Sementivae

Il 17 gennaio si festeggia sant’Antonio abate, eremita di origine egiziana, vissuto tra la metà del III e la metà del IV secolo, fondatore del monachesimo cristiano. Si tratta di una figura famosissima e molto amata, la cui fortuna nasce anche dal legame tra il culto di Sant’Antonio abate e le Sementivae romane, festività che cadevano al momento della fine della semina. Come la festa della Befana, anche quella di sant’Antonio, tradizionalmente accompagnata da grandi falò, ha radici ancestrali, che affondano nei riti delle comunità rurali volti a propiziare l’arrivo della primavera, e con essa della bella stagione e del raccolto.

Al tempo dei Romani, nella seconda metà di gennaio si celebravano le Sementivae, o Feriae Sementivae o Sementina dies, che celebravano la fine della semina. Era una festa mobile, stabilita di anno in anno in base all’andamento della stagione. Ce ne parla Ovidio nei Fasti:

ter quater evolvi signantes tempora fastos,
nec Sementiva est ulla reperta dies;
cum mihi (sensit enim) ‘lux haec indicitur’ inquit
Musa, ‘quid a fastis non stata sacra petis?
utque dies incerta sacri, sic tempora certa,
seminibus iactis est ubi fetus ager
.’

Tre, quattro volte consultai i fasti ove sono segnati i giorni delle feste,
e non trovai nessun giorno della semina;
vedendomi in quel momento, “questo giorno è indetto – mi disse la Musa –
perché chiedi ai fasti riti non fissati?
Così come è incerto il giorno del rito, è certo il periodo,
quando il campo è pieno di semi gettati.”
[24. H C (25. A C) (26. B C), 658-662]

Nei giorni delle Sementivae, per la rigidità del clima – che rendeva impossibile l’aratura – il lavoro si interrompeva per chiedere a Cerere e Tellus di essere benevole con i semi, ancora sepolti tra le zolle ma in procinto di germogliare. In loro onore si celebravano sacrifici (tra cui quello di un maiale), accompagnati da grandi fuochi, che richiamavano il sole e propiziavano l’arrivo della buona stagione:

rusticus emeritum palo suspendat aratrum:
omne reformidat frigore volnus humus.

vilice, da requiem terrae semente peracta;
da requiem, terram qui coluere, viris.
pagus agat festum: pagum lustrate, coloni,
et date paganis annua liba focis.

placentur frugum matres, Tellusque Ceresque,
farre suo gravidae visceribusque suis.

L’agricoltore appenda al palo il degno aratro:
la terra per il freddo teme ogni ferita.
Contadino, gettati i semi, dà riposo alla terra;
dà riposo agli uomini che l’hanno coltivata.
Il villaggio festeggi: coloni, purificatelo,
e offrite doni annuali ai fuochi agresti.
Si plachino le madri dei raccolti, Terra e Cerere,
con il loro farro e le viscere di una scrofa gravida.
[24. H C (25. A C) (26. B C), 665-672]

Conseguenza “obliqua” del rapporto di tra sant’Antonio abate e le Sementivae, ancora oggi il fuoco e il maiale permangono nella memoria e nell’iconografia del santo, che giunge in Occidente per vie tortuose. Nell’XI secolo il nobile francese Jocelin de Chateau Neuf, di ritorno da un pellegrinaggio, portò in patria le reliquie di Antonio abate, che dopo la conquista araba di Alessandria d’Egitto, dove erano conservate, si trovavano a Costantinopoli. Vennero poste vicino a Vienne, nell’abbazia benedettina nota poi come Saint-Antoine-l’Abbaye, dove nel 1095 sorse una comunità laica ospedaliera poi divenuta (nel 1218) l’ordine dei canonici regolari di Sant’Antonio, votati alla cura delle malattie della pelle e devoti a sant’Antonio che, eremita nel deserto, dovette resistere alle tentazioni (fuoco e fiamme) inviate dal diavolo. Per questo motivo “agiografico” il nome del santo è tradizionalmente associato a patologie della pelle che provocano dolore e bruciore intensi, come l’herpes zoster, detto “fuoco di Sant’Antonio”, ma anche l’erisipela, un’infezione batterica acuta, o l’ergotismo da segale cornuta, una grave malattia che, per la sua origine alimentare, afflisse per secoli tutta l’Europa. Per la cura delle piaghe, come impiastro emolliente, gli antoniani usavano moltissimo il grasso di maiale: per averne sempre a disposizione, allevavano maiali nei loro possedimenti (anche per offrire ai degenti una dieta proteica e calorica), e da qui l’immagine del maiale divenne simbolo delle chiese dell’ordine. È proprio a questa attività – parallela – di porcari cui fa riferimento Dante nel Paradiso, quando accusa i canonici dell’ordine di ingrassare i loro maiali (ossia arricchirsi) sfruttando la credulità popolare e vendendo false indulgenze:

di questo ingrassa il porco Sant’Antonio
e altri assai son ancor più porci,
pagando di moneta senza conio.
(Par. XXIX, 124-126)


Non è necessario uscire dai confini nazionali per ammirare una straordinaria testimonianza architettonica dell’ordine ospedaliero di Sant’Antonio di Vienne: basta spostarsi in Piemonte, dove sorge la magnifica precettoria di Sant’Antonio a Ranverso in Valle di Susa. Voluta da Umberto III di Savoia, che nel 1188 donò il terreno ai canonici di Vienne, l’abbazia, poi precettoria, divenne un’importante struttura di assistenza ai pellegrini – specializzata in particolare nella cura delle malattie della pelle – situata in un luogo strategico, lungo le varianti della Via Francigena che provenivano dai valichi di Moncenisio e Monginevro. Ancora sant’Antonio abate e le Sementivae, quindi, passando da fuochi, maiali e guarigioni.

Nell’immagine, Maestro dell’osservanza, sant’Antonio abate, 1430 ca. (Paris, Musée du Louvre). Foto: Sailko. Licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.